Mi chiamo Corinne e sono un’educatrice professionale, prima di affacciarmi al mondo dei disturbi alimentare mi sono occupata di psichiatria, disabilità e minori. Nel 2015 ho preso un Master sul trattamento dei disturbi alimentare e ho conosciuto il Centro Libenter che ha creduto nella figura dell’educatore e ha contribuito alla nascita di un percorso educativo pensato proprio per chi soffre di un disturbo alimentare

All’interno del percorso educativo abbiamo deciso di inserire il “pasto condiviso” con l’intento di fornire uno spazio protetto e accogliente proprio in uno dei momenti più carichi di sofferenza.
E’ importante sottolineare che quando parliamo di pasto condiviso, non facciamo riferimento solo al momento in cui il cibo viene consumato, ma anche all’acquisto degli ingredienti e alla preparazione della pietanza. Questo perché la difficoltà può emergere in tutti i passaggi, o solo in alcuni, quindi è necessario prendersi cura di tutto ciò che ha a che fare con il pasto.

Da dove iniziare?

Il primo passo è la costruzione di un progetto, è necessario conoscersi, indagare insieme quali sono le difficoltà, concordare le modalità di attuazione del progetto, i tempi e i luoghi.
Ogni progetto è un “vestito su misura”, è un lavoro che nasce dall’incontro tra il paziente e il professionista, entrambi mettono in campo esperienze e competenze con l’intento di trovare insieme le strategie più efficaci.

Quali NON sono gli obiettivi del progetto?

  • Prendere/ perdere peso non è l’obiettivo, può succedere, ma non è l’obiettivo
  • Trasformare il momento del pasto in un’esperienza priva di fatica
  • Controllare che venga rispettato lo schema alimentare
  • Dare consigli nutrizionali


Quali sono gli obiettivi?

  • Fare esperienza comune del pasto, incuriosendosi degli aspetti ad esso collegati
  • Aumentare la consapevolezza rispetto alle difficoltà che ci mettono in scacco
  • Affrontare le difficoltà proprio nel momento in cui si presentano
  • Restituire al pasto un ruolo di avvicinamento all’altro, di condivisione e di relazione.

     

Ho chiesto a C. di aiutarmi questo a scrivere questo articolo, proprio partendo dalla sua l’esperienza del pasto condiviso.

La mia esperienza di pasto condiviso è nata da un’imposizione dall’alto che però si è rilevata fruttuosa. Non ho imparato a mangiare a orari decenti piuttosto che a condividere il momento del pasto con chi capita. Se non in minima parte. Ho fatto invece notevoli passi avanti sulla comprensione del sintomo. Ho acquisito consapevolezze nuove e necessarie sul perché ci si deve nutrire e sul mio investimento in termini di emozioni. Anche per ciò che riguarda il confronto con ciò che gli altri mangiano e non mangiano è stato molto utile. Anzi forse è proprio questo che mi ha resa più libera e non solo per quanto riguarda il cibo. L’ultima cosa, tra le tante, a cui tengo è quella di aver imparato a non dilatare i pasti all’infinito e quindi a far girare l’intera giornata intorno al cibo. Anche quest’ultimo aspetto fa sentire liberi, sembra di tornare a respirare.

Articolo di Corinne Pecunia

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