Mi chiamo Carla Casale, sono una psicologa e da qualche tempo ho la possibilità di offrire la mia opera di volontariato presso il Centro Libenter. Da anni sono affascinata dagli sport estremi e una quindicina di anni fa mi sono innamorata del paracadutismo sportivo. Nel praticare questo sport è fondamentale poter essere presenti a se stessi e vivere radicati nel contesto circostante, momento per momento; attimo per attimo.

Scrivo questo articolo per condividere con tutti voi il mio pensiero su come tale pratica possa, in qualche modo, aiutare a consolidare la ricerca, la piena presenza e la pura attenzione consapevole di noi stessi; del nostro corpo e della nostra mente in contesti di imprevedibilità: In un certo senso l’individuo potrebbe scoprire abilità prima sconosciute entrando in contatto diretto con il proprio sé e le proprie paure attraverso l’esperienza del buttarsi da un aereo funzionante sfidando i limiti che accomunano tutti noi e magari poterne trarre beneficio nel vivere la propria quotidianità anche in quei momenti dove ci si presentano davanti sfide nuove e sconosciute che comportano inevitabilmente cambiamenti spesso carichi di paure e incertezze. Negli anni, grazie a questo sport, ho potuto conoscere modi diversi e singolari per affrontare le mie paure e trovato abilità nuove per combattere le mie incertezze. Praticando paracadutismo ho potuto sperimentare me stessa e conoscere maggiormente il mio corpo mettendolo alla prova in modi nuovi e per nulla convenzionali. Ho potuto incrementare la fiducia in me stessa imparando a conoscere e ad accettare i miei limiti e al contempo far uso migliore delle mie abilità, non solo nell’ambito specifico di questo meraviglioso sport ma, anche nell’affrontare i diversi problemi e avversità della vita.

Condividendo con altri paracadutisti i vari vissuti e le diverse esperienze che ci si porta a casa dopo una sezione di volo, mi sono resa conto di non essere la sola a provare sensazioni intense accompagnate da sentimenti di maggior consapevolezza e controllo nell’affrontare la vita nella quotidianità. In questo senso, le emozioni vissute in questo sport esperiscono il desiderio innato dell’individuo di individuare e superare prove e ostacoli alla ricerca di confini che vanno a sfidare noi stessi. Molte persone approdano a questo meraviglioso sport con il desiderio di sfidare e accrescere se stessi. In molti raccontano di sentirsi più a contatto con il proprio corpo; maggiormente responsabili per se stessi e per gli altri. Tutti noi risentiamo la necessità di sperimentarci e confrontarci con noi stessi individuando, con sempre più consapevolezza, i propri limiti e ampliando le proprie possibilità nella ricerca di un proprio benessere personale.

Quale peso può avere il riscatto personale in una società in continuo mutamento in cui l’esistenza è spesso condizione subordinata a scelte giuste o sbagliate nella lotta all’integrazione?

La società del “rischio” mette tutti noi alla prova: ritengo che gli sport estremi possano essere letti come mezzi alternativi per combattere l’eccessiva sicurezza/noia che accompagnano questo secolo carico di stimoli e canoni dettati dall’esterno, spesso difficili da raggiungere, ai quali volersi/doversi omologare. Mi rendo conto quanto possa essere impegnativo costruire un senso di sé flessibile e stabile al contempo, in una società in continuo cambiamento. E’ necessario imparare abilità e capacità adattive superiori a quelle che i nostri predecessori avessero bisogno nel passato. Penso che testare i propri limiti nella ricerca di noi stessi possa essere d’aiuto nella costruzione di un senso di sé forte capace di affrontare, con più serenità, le difficoltà che inevitabilmente ognuno di noi affronta nell’arco della vita. Potrebbe essere di rilevante impatto rivalutare gli aspetti positivi del “rischio”, praticato secondo regole precise, come metodo alternativo per combattere forme di ribellione o trasgressione attuate inconsapevolmente e spesso dannose.  

Da anni sono presenti dei Simulatori di volo, dove le persone hanno la possibilità di prendere contatto con il proprio sentire, vivendo emozioni profonde e radicate dove sperimentare forme alternative per conoscere, percepire e utilizzare il proprio corpo in un luogo protetto e meno oneroso rispetto al paracadutismo classico.

A “occhi chiusi” è la metafora che mi viene da condividere per evidenziare le difficoltà e le paure dell’ignoto, che tutti noi avvertiamo, nei processi di cambiamento che ci si presentano nella quotidianità. “Aprire gli occhi” al mondo (ripulito dalle paure) permette all’essere umano di vivere in modo pieno, attivo e partecipato alla propria vita. “A occhi chiusi” inteso quindi come invito a gettarsi nella vita, compiendo quel salto, talvolta nello sconosciuto, per affrontare i cambiamenti non facendosi invece trascinare dalle imprevedibilità e perdendo la padronanza di noi stessi.

“Non cambio in qualcos’altro, ma cambio sempre in me stesso”. (Filastrocca dei cambiamenti. Tognolini,B. 2011).

 

Grazie

Carla Casale

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