Vacanze – la curva di Giulia

Vacanze.
La parola vacanze è una parola ambivalente, è una parola che per molti è sinonimo di perfezione, di Nirvana, di estasi: è finalmente arrivato il momento di mollare tutto, libri, quaderni, scartoffie varie che vengono risucchiate da un buco nero per un lasso di tempo più o meno breve per lasciare spazio a sdraio, divani, aerei o semplicemente a letti.
Per altri però questo termine è come una lama, una lama che non ti trafigge in un colpo solo ma che continua, imperterrita a punzecchiare, a ricordarti quanto sarà frustrante la giornata che stai per affrontare, esattamente come quella dopo e come quella dopo ancora.
Io purtroppo facevo parte della seconda categoria, non sia mai che venissi meno al mio status  schopenhaueriano di pendolo.
Ogni volta che si avvicinava giugno attraversavo infatti un gate che in cuor mio speravo mi teletrasportasse in un mondo parallelo, strano, bello, lontano da tutte le mie paure, lontano da tutte quelle abitudini deleterie che avevo assunto, che mi ero cucita addosso; speravo di diventare la nuova protagonista di Stargate e magari, perché no, di trovare anche io l’amore in tutto ciò ma la realtà è che mi ritrovavo semplicemente a stare in casa per tre mesi a nascondermi.
L’ennesima estate era arrivata e non sembrava amichevole.

Il problema è che viviamo l’estate come una tortura, come una vocina che ti ricorda costantemente quanto tu sia grassa o quanto tu sia magra, senza usare eufemismi o perifrasi ma semplicemente andando a sottolineare quanto il tuo corpo non vada bene, quanto sia sformato, quanto sia scorretto. Scorretto perché i pantaloncini e le gonne sono troppo corte, troppo strette, svelano e non celano, mostrano e non coprono; d’altro canto però essi possono anche scivolare, essere troppo larghi, necessitare di una cintura o addirittura di un salto al reparto bambini.
Per non parlare dei bikini, piccole aree delimitate che vengono riempite in modo eccessivo tanto da far invidia alla Riviera Romagnola a luglio o che rimangono vuote, desertiche (con annesse palle di fieno che rotolano ovviamente).
Sembra un periodo di letargo, possiamo essere paragonati a dei ghiri, a degli orsetti lavatori che si rifugiano nella loro tana, nella quale però troveremo solo sconforto misto ad un senso di onnipotenza, di controllo, di superiorità. Il peggio arriva infatti quando pensi di non averne bisogno, di essere migliore di tutti coloro che invece si affidano a queste cavolate, al divertimento, alla “bella vita”, vita che può sembrare futile, ridicola o quello che volete ma vita che almeno loro hanno, vita che tu non hai ma che desideri ardentemente senza ammetterlo.

C’è una via d’uscita? Si, c’è; è bellissima, la possiamo chiamare mezza stagione.

Una stagione che gradualmente inizia ad essere un ibrido, qualcosa che non è una vera estate ma è una sorta di limbo nel quale ci si può mettere alla prova, si può simulare senza esporsi completamente, come quando sei al buio ed a tentoni provi a trovare la via d’uscita.

Come si fa?

Ti butti, ti affidi ma soprattutto ti fidi, degli altri ma in primis di te stesso, dei tuoi limiti. Ti ascolti, ascolti i tuoi desideri ma anche le tue paure, le accarezzi e le metti a cuccia.

Ti tocchi, provi a tastare quel terreno incolto, abbandonato, uno di quelli pieno di rifiuti e di sporcizia il quale però non è completamente perso, non è ancora arrivato al capolinea, è semplicemente in attesa di una ricarica, di una spinta per tornare a germogliare e fiorire.

Predicare bene è facile quanto lo è il razzolare male: non basta pensare a tutte queste cose belle, non basta resettare la testa per riuscire anche a fare, ad agire, a mettersi in costume sulla spiaggia senza sentirsi a disagio, senza sentire tutti gli occhi su di sé (soprattutto perché posso assicurarvi che le persone quando sono al mare hanno di meglio a cui pensare).
Il tutto è graduale, lento, lento, lentissimo a dire il vero ma l’unico modo è provare, continuare a farlo, iniziando con uno yogurt in più o con un cioccolatino in meno, continuando con un vestito in più comprato per sé per poi arrivare alle serate in spiaggia con amici, alle grigliate (che nel mio caso son state a suon di banane, verdure e tofu ma magari a voi andrà meglio) e alle vacanze, con qualunque declinazione voi vogliate assumere.

Le vacanze possono tornare ad essere un momento di pace, di tranquillità, di stop dalla frenesia e dalla routine ma soprattutto possono essere la molla che ti spinge a perpetuare questo status anche dopo che sono finite, quando in teoria quel brivido di benessere dovrebbe spegnersi ma che in pratica risulta essere semplicemente la miccia per un bellissimo fuoco.

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