Cosa si cela dietro il disturbo alimentare: racconto di un’intervista difficile.

È domenica sera, ore 23:30, sono proiettata agli impegni del giorno dopo e sento squillare il cellulare. Potrebbe essere qualcosa di urgente, decido di rispondere.

È una giornalista della stampa che vuole intervistarmi. Cos’è successo?

Ci metto un attimo a capire cosa mi sta dicendo: una ragazzina di 11  anni, con un rapporto difficile col cibo, ha messo fine alla sua vita. È una notizia tragica, una doccia fredda. Mi incalza su cosa io ne pensi delle motivazioni della sofferenza psicologica in età così giovanile e che cosa spinge gli adolescenti verso il disturbo del comportamento alimentare. Rispondo, cercando di essere il più lucida possibile, di non banalizzare, non generalizzare ne’ giudicare. Quando mi chiede cosa e come si può fare per risolvere questo tipo di problema mi arrivano alla mente tutte le metodologie imparate e messe in pratica nella mia professione di psicologa e all’interno del Centro Libenter, come in un imbuto passa solo la cosa più importante: la consapevolezza che non può esaurirsi tutto in un unico, semplice intervento. Mi piacerebbe avere una soluzione magica, definitiva, una semplice prescrizione che guarisca per sempre. Ma non c’è. C’è invece l’impegno e l’integrazione delle forze. C’è quello che facciamo al Centro Libenter. La collaborazione su più livelli che nasce dall’esigenza di dover fare qualcosa di più che solo il proprio pezzo di formazione. Qualcosa di più integrato per lavorare con una patologia così complessa: psicologhe con formazioni diverse, nutrizionista, fisioterapista. Lavoriamo unendo le diverse formazioni professionali, con attenzione alla peculiarità del caso singolo. Un modo di lavorare complesso, una complementarietà difficile da spiegare a parole, al telefono, in pochi minuti.

E poi c’è l’essenziale coinvolgimento delle famiglie, senza la cui cooperazione non sarebbe possibile nulla, e la necessità di dare supporto in una situazione così profondamente difficile.

E poi ancora c’è la rete che tentiamo, giorno dopo giorno, di costruire tra il Centro Libenter e il mondo esterno. La coordinazione con il territorio: i medici di base, le scuole, i centri di aggregazione giovanile, e tutti quei luoghi dove la vita vera si svolge.

Chiudo la telefonata, sono le 23:45.

Ho parlato per un quarto d’ora e sono in un vortice di emozioni e pensieri. Riflessioni personali e professionali. Il corpo reagisce e resto col telefono tra le mani. Devo dirlo a qualcuno, registro un messaggio vocale e lo invio alla mia équipe che, tempestiva come sempre, mi risponde e mi sostiene. E qua le prime reazione dalle colleghe, esperte sì, ma prima di tutto persone umane: arriva lo sconvolgimento, lo sconforto, l’inaccettabilità di una notizia così. Ancora una volta la rete, il parlare, il confronto l’ascolto, la magia della connessione umana funziona.

È mezzanotte, rimango sveglia a metabolizzare, il corpo reagisce alle emozioni, le osservo e lascio andare. Rimane il senso d’ impotenza, la voglia di impegnarci sempre più a fondo e la reverenza tragica di fronte al pensiero di Anna.

                                                                                                                                                                  Gabriella Tocchi

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